Internet

Qui troverete tutti i post riguardanti Internet.

Ma Internet ci rende stupidi?
Neurologi e psicologi mettono in guardia dai pericoli legati al bombardamento di informazioni cui siamo sottoposti.

Nicholas Carr, lo studioso americano che tempo fa aveva lanciato il primo allarme con l'articolo Google ci sta facendo diventare stupidi?, è sempre più convinto di avere ragione. A suo avviso, nell'arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere un'informazione importante da quelle irrilevanti.
E ora Nicholas Carr non è più solo: decine di scienziati in tutto il mondo condividono le sue conclusioni. L'uso di Internet e degli altri potenti strumenti di comunicazione che teniamo in tasca sta modificando i neuroni del nostro cervello, sempre pronti ad adattarsi a nuove situazioni. "E' come se la tecnologia stesse riprogrammando le nostre menti" ha confermato al New York Times Nora Volkow, una delle più importanti esperte del sistema nervoso centrale. La massa di informazioni in arrivo attraverso il Web, il telefono, le e-mail sta cambiando non solo il modo con il quale ci informiamo, ma anche quello di pensare e di reagire.
Gli stimoli che riceviamo ormai senza interruzione provocano il rilascio di dopamina nel cervello, esattamente come fa il cibo: e la dopamina crea dipendenza, e la sua assenza provoca una sensazione di vuoto e di noia. Sarà forse per questo che molte persone non riescono a tenere a bada quella voce inconscia che continua a ripetere di controllare le e-mail o gli sms, anche mentre si sta parlando con altri o si sta partecipando a una riunione. Quando ci svegliamo al mattino, le prime attenzioni vanno alle informazioni arrivate nella notte sul telefonino e solo una crisi di astinenza può spiegare le inutili telefonate che si fanno appena si scende da un aereo.
"Il Web" ha rilevato Nicholas Carr sul Financial Times "non ci incoraggia mai a fermarci, ci tiene in uno stato continuo di movimento:" Il cervello si adatta a queste ripetute distrazioni trasformandoci in pensatori superficiali, sempre più incapaci di concentrarci, di leggere un testo lungo o di connettere le informazioni che riceviamo. Carr cita il filosofo Seneca, ricordando che essere dovunque "come ci consente di fare Internet equivale a non essere in nessuno luogo".
Molti ricercatori ritengono che sia troppo presto per preoccuparsi: le modifiche causate dalla tecnologia al nostro cervello non sono diverse o più gravi di quelle che si sono verificate nel corso dell'evoluzione. Ma uno dei più grandi scienziati contemporanei, l'astrofisico Stephen Hawking, è convinto che gli esseri umani siano entrati in una nuova fase evolutiva e non esclude che i sistemi di comunicazione del futuro generino alla fine una nuova specie umana.
Potrebbe anche essere una specie migliore, almeno per certi aspetti. La psicologa Patricia Greenfield ha ricordato su Science che ogni mezzo di comunicazione sviluppa nuove capacità cognitive a spese di altre. "Stare molte ore al computer, anche per un videogioco, migliora la nostra intelligenza spaziovirtuale e ci abitua a seguire più segnali simultaneamente." La nuova specie avrà dunque caratteristiche più vicine a quelle dei computer e sarà dotata di un "pensiero automatico" che reagirà agli eventi senza riflettere troppo a lungo. Ovviamente, il problema non è Internet, visto che i vantaggi che ha portato all'umanità sono largamente superiori ai marginali danni che finora ha causato. Come sempre, è l'uso che se ne fa a rendere le cose buone o cattive. Nicholas Carr suggerisce di imparare a liberarsi ogni tanto dalla dipendenza, riconquistare tempo e spazio, di riprendere in mano più spesso quello che è stato per secoli il funzionale supporto del pensiero profondo: la vecchia carta di libri e giornali.
(V.Sabadin, in "La Stampa", 10 giugno 2010)

Mio figlio drogato di Internet
Luca, 15 anni, non dorme più la notte, non va più a scuola, passa le sue giornate davanti al computer. Il suo mondo è diventato la sua stanza da letto, i suoi occhi il monitor del pc, le sue labbra la tastiera. Ore e ore a giocare online, i rapporti familiari ridotti al minimo necessario. I genitori li vede per qualche minuto a cena, nessuna voglia di parlare, di interagire con le altre persone, con il mondo esterno. Perché per Luca (il nome è di fantasia), così come per molti adolescenti italiani, il mondo non è più quello degli amici e della famiglia. Il mondo vero è quello virtuale. Sono sempre di più, in Italia, i ragazzi afflitti da autentiche dipendenze legate ai computer e alle nuove tecnologie. "La nostra società si preoccupa dei ragazzi. Ma non se ne occupa. Le cyber-dipendenze sono le più insidiose, invece dovremmo dare una mano ai giovani a colmare la vita di vita" ha detto a La Stampa don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele di Torino, che alla lotta alle dipendenze ha dedicato una vita intera.
Vengono chiamate "cyber-dipendenze" ma, poiché si tratta di fenomeni relativamente nuovi, non esistono studi in merito per quantificare l'impatto sulla popolazione italiana. E pochi sono anche i centri che si fanno carico di chi è affetto da queste nuove dipendenze, meno invasive, meno visibili, ma non per questo meno pericolose. "I ragazzi non si rendono nemmeno conto di quello che gli sta succedendo" spiega ad "A" Alberto Rossetti, psicologo del Gruppo Abele, tra i primi a occuparsi di casi del genere. "Spesso sono le famiglie che si rivolgono a noi preoccupate per i comportamenti dei figli. I primi segnali sono un uso eccessivo del computer e il peggioramento dell'andamento scolastico".
Ma i disturbi possono peggiorare all'improvviso e sfociare anche in episodi di aggressività: "Più di una mamma ci ha raccontato di atti di violenza e urla dei propri figli dopo alcuni tentativi di limitare loro l'accesso ai computer", racconta Laura Carletti, responsabile accoglienza del Gruppo Abele. "E' la fase più preoccupante:se non si interviene tempestivamente c'è il rischio concreto che il ragazzo diventi "irrecuperabile"". Ed è stata proprio l'aggressività a spingere i genitori di Luca a rivolgersi all'ufficio di via Leoncavallo 27, a Torino. Ai divieti imposti dalla madre, reagiva con violenza, non esistevano più regole quando di mezzo c'era un computer.
World of Warcraft, Assassin's Creed, sono questi alcuni nomi dei giochi online che sempre più spesso diventano delle droghe per gli adolescenti. Come per Marco (anche questo nome di fantasia) che, insoddisfatto della sua vita reale, ha deciso di prendersi le sue rivincite online. Si è creato un profilo e un avatar. Lì, davanti a un monitor e una tastiera, si sente rispettato dagli altri. Attraverso il suo profilo online vive una vita parallela, tramite il suo avatar incontra persone, scambia opinioni, interagisce con gli altri. Si alza tardi la mattina, gioca online e tiene il pc acceso fino all'alba. La scuola non sa più cosa sia, gli amici, quelli veri, neanche. La famiglia per lui è un peso, un possibile ostacolo nella sua vita virtuale.
Ragazzi tra i 14 e i 27 anni, con i ritmi sballati, le giornate scandite dai tornei online, per i quali le uniche relazioni avvengono tramite Facebook. E' questa sovrapposizione tra reale e virtuale che al Gruppo  Abele provano a combattere. "Cerchiamo di far parlare i ragazzi della loro vita, dei giochi, dei social network", racconta Rossetti, "si parla della rete cercando di spostare il discorso su di loro e provando ad arrivare a parlare di valori, provando a far emergere un'altra realtà, diversa da quella virtuale". Nel porto del cyberspazio tutto sembra più facile, più a portata di mano.
Si raggiungono miliardi di persone, si possono esprimere pensieri forti, raccontare problemi, rimanendo nascosti dietro un'identità ignota. Ma la fuga dalla realtà è solo temporanea. Una volta spento il computer i problemi quotidiani si riaffacciano, implacabili. E' così per Luca, per Marco, e per molti altri adolescenti italiani che dietro a un avatar e a una foto profilo tentano di nascondere le loro sofferenze, le loro difficoltà e le loro paure.

(da Tommaso Clavarino,"A" n°18,2 maggio 2013)

Quei ragazzi ipnotizzati da Facebook



Il binomio Facebook adolescenti è "inossidabile". Complici anche i nuovi telefonini, sempre collegati alla Rete e con tariffa detta flat. E gli "Internet caffè", locali con un collegamento a basso costo. Chiacchierano con gli amici e se ne fanno di nuovi, diffondono fotografie, raccontano i loro umori. Connessi per ore, incuranti di quello che sta loro intorno.
Tutto questo scatena negli adulti una grande preoccupazione. Perché può rappresentare un pericolo.
I rischi dei social network
FacebookTwitter, Linkedin. E ancora MessengerMyspaceBadoo. "Il Web è una finestra aperta al mondo intero. E deve essere usato in maniera corretta" avvisa Elisabetta Scala, responsabile dell'osservatorio media del Moige (Movimento italiano genitori). Per prima cosa "non si devono mai divulgare dati personali. Dettagli sulla propria vita". Proprio per sensibilizzare gli adolescenti, l'associazione ha ideato alcune pubblicità progresso. "Sono passate in televisione. E abbiamo appeso cartelloni in metropolitana. Perché per adescare i giovani su Internet basta un click. I ragazzi devono sapere a che cosa possono andare incontro."
Ma non sempre sono così sprovveduti, assicura Antonio Apruzzese a capo della Polizia postale. "Non dimentichiamoci che questi giovani sanno usare Internet meglio di chiunque altro. E sono a conoscenza dei problemi." Questo non toglie che ci siano dei rischi. "Anche legati al cyberbullismo, cioè al bullo virtuale." Ma intanto la Polizia postale fa la sua parte. E nei primi sei mesi del 2010 ha già arrestato 100 persone per reati sul Web. Effettuato 3211 denunce, di cui 475 legate ai social network. "Poi abbiamo monitorato oltre 200 siti in tutta Italia." Anche i genitori, però devono capire di dover fare la loro parte. E costruire un dialogo su questi temi.
Serve prevenzione
L'occhio virtuale della polizia non può arrivare ovunque. "E  gli adulti difficilmente sanno usare il computer così bene da poter scoprire tutto quello che fanno i ragazzi" sottolinea Apruzzese. Dunque ci sono piccoli accorgimenti. "Innanzitutto mai lasciare i più piccoli a navigare da soli" spiega Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell'area adolescenza all'Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Questo vuol dire mettere il pc in una zona ben visibile della casa. "Così da poterli tenere sempre sotto controllo." Per gli adolescenti questo non funziona. "Vogliono il loro spazio" quindi bisogna parlare con loro. "Spiegare che non si può raccontare tutto su Facebook. L relazioni vanno preservate e sono preziose. E che non si possono tralasciare i rapporti per un mondo virtuale fatto di affetti che non sono reali." Ma non solo. Secondo lo psicologo Fulvio Scaparro, sarebbe utile "ogni volta che succede un fatto di cronaca legato al social network, commentarlo insieme. Portando esempi di fatti reali si aumenta la sensibilità."
I consigli per "uso sano"
L'importante, sottolineano tutti, è quello di limitare l'uso di Internet.
Attenzione, però, vietare non è la via giusta. Come in tutte le cose, sono necessarie delle regole. Tre quarti d'ora ogni sera sono più che sufficienti. Ma non solo, grazie ai service  si possono vietare gli accessi ai siti pericolosi. Per un utilizzo responsabile e consapevole, si potrebbe lasciare a loro l'onere della connessione. E se per caso i ragazzi "sgarrano", ecco che parte la punizione: si toglie il computer per alcuni giorni.
(B.Argentieri, in "Corriere della Sera",26 luglio 2010,rid.)

La campagna informativa

La campagna informativa "Non cadere nella Rete!" nasce dalla collaborazione tra il Moige e la Polizia postale e delle comunicazioni - Ministero dell'Interno, con il sostegno si Symantec e il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico.

Il 5% dei ragazzi è internet-addicted. I ragazzi totalmente esenti da "chat-mania" sono gli sportivi e i musicisti.
I.A.D.(Internet Addiction Disorder) è la sigla psichiatrica con cui si definisce una patologia, la dipendenza da Internet, in forte aumento tra i giovanissimi, come dimostra un recente studio, effettuato dalla Psichiatria universitaria senese. "Su 402 studenti tra i 14 e i 18 anni, valutati tramite questionari" spiega Andrea Fagiolini, docente di Psichiatria all'Università di Siena e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria "UN 5% è Internet-addicted conclamato,  una percentuale affatto trascurabile ha comportamenti a richischio. Ad esempio, il 33% dei ragazzi ha risposto sì alla domanda: "Internet attira gran parte delle tue attenzioni e preoccupazioni?"; il 17% ha ammesso la sensazione di perdita di controllo durante la navigazione e il 57% l'incapacità di restare collegati nei tempi prefissati."
Valutazioni e numeri simili emergono dall'indagine di Nostos in scuole primarie e secondarie dell'area marchigiana.
Con un pecularità: solo il 2% dei ragazzi intervistati risultava non essere affatto toccato dalla chat-mania. Una percentuale esigua, ma particolarmente significativa in quanto composta interamente da appassionati di sport e musica.
Così si va dalla passione all'ossessione
Segnali d'allarme
"Per individuare i segni di Rete-dipendenza" spiega Andrea Fagiolini "si fa riferimento ad alcuni comportamenti che rappresentano indicatori, qualitativi o quantitativi, che permettono di distinguere tre tappe nel percorso vero la forma più stabile della dipendenza patologica dalla Rete. Nella fase iniziale" osserva Fagiolini "si ha un'attenzione ossessiva verso temi e strumenti inerenti la Rete, che genera comportamenti come: controllo ripetuto della posta elettronica, ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari, prolungati periodi in chat. La tossicofilia, cioè la dipendenza da Internet, arriva con l'aumento del tempo trascorso on line, spesso anche nelle ore lavorative e notturne, accompagnato da un crescente senso di malessere e da agitazione psicomotoria quando si è scollegati. Si parla infine di tossicomani" conclude Fagiolini "quando la Rete-dipendenza crea disagi nell'ambito relazionale e familiare, riduce la resa scolastica o lavorativa, causa isolamento sociale, anche totale. In questa fase appaiono ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on line quando si è scollegati."
(M.Bocchi, in "Corriere della Sera", 27 giugno 2010)

I nostri figli sempre online
Cellulare,iPhone, computer, webcam. Anche per dodici ore al giorno. Grazie a gadget tecnologici sempre meno costosi e senza fili, i ragazzi, quando svegli, sono connessi alla Rete. E il "New York Times" lancia l'allarme: la generazione dei nativi digitali è ormai sprofondata nella realtà virtuale. Con molti rischi e qualche vantaggio.



Facendo la somma, ecco che la realtà virtuale "occupa" almeno 12 ore al giorno della vita dei giovanissimi. La notte, poi, serve per scaricare film, video, immagazzinare musica...
Difficile tornare indietro. Cambiano le latitudini, ma l'attuale Generazione X si muove così in ogni angolo del Globo, Italia compresa. La diffusione sempre più massiccia della banda larga, l'Adsl ormai presente in moltissime case, i pacchetti sempre più scontati per ricaricare i cellulari, che gestiscono ormai un traffico monumentale di scambio di testi, le connessioni wi-fi, le applicazioni da scaricare dal Web su ogni tipo di supporto mobile, rendono l'essere connessi giorno e notte una dimensione di massa. I dati dell'ultima indagine della Società italiana di Pediatria sugli adolescenti mostrano con chiarezza la rivoluzione tecnologica italiana. "Nel 2000 soltanto il 37% dei giovanissimi aveva in casa un personal computer, nella maggioranza senza collegamento a Internet. Oggi il 97% ha un computer a casa e si collega tutti i giorni." In qualunque momento. Con il buio e con la luce. A parte, forse, durante le ore di scuola, quando i professori riescono a far rispettare il black-out dei cellulari, che però restano accesi con la vibrazione...
A farne le spese, com'è noto, il sonno dei giovanissimi, sempre più disturbato, sempre più scarso (guarda il post "La generazione dei supergufi"). Inutile pero "condannare" ,meglio capire. "Dal punto di vista quantitativo i numeri italiani sono simili a quelli americani" dice lo psicologo Matteo Lancini "e dunque ancor di più dobbiamo sforzarci di capire. Una grande preoccupazione dei genitori è che sei i figli passano troppo tempo davanti al computer si isolano, perdono legami e amicizie. In realtà è dimostrato che gli "iperconnessi" sono proprio i ragazzini più estroversi, e anzi, a giudicare dagli Iq, i quozienti di intelligenza di questa generazione risultano addirittura maggiori di quelle precedenti. In un certo senso si potrebbe dire che i teenager di questi anni hanno scoperto il dono dell'ubiquità: hanno il corpo in un posto e la mente dappertutto. Certo se questo diventa senso di onnipotenza, allora è pericoloso. Altrimenti è una moltiplicazione di abilità."
I dati della Società di Pediatria affermano che chat Messenger sono utilizzati in Italia da oltre il 75% degli adolescenti, e circa l'80% è "abituale frequentatore di YouTube, mentre il 41% ha un suo blog". Senza contare il fenomeno Facebook, dove già il 53% della popolazione tra gli 11-18 anni ha la propria scheda.
Ma fare mille cose insieme, studiare ascoltando musica e chattando con gli amici, camminare mandando a ripetizione messaggi al cellulare, insomma essere uno e mille insieme, come sta cambiando i processi cognitivi? E l'uso dell'intelligenza?
Annamaria Roncoroni è neuropsicologa ed è coordinatrice del "Laboratorio sul talento e la plusdotazione" dell'Università di Pavia. Si occupa quindi di ragazzi "geni", giovanissimi con intelligenze specialmente brillanti. "La vera sfida è la concentrazione. Gli adolescenti di oggi, ma anche i bambini, sono bombardati di informazioni, e spesso non le sanno selezionare. Sono stretti fra due fuochi. Da una parte la scuola, ancora troppo legata al concetto di nozione. Dall'altra parte Internet, WikipediaGoogle, la possibilità di accedere in tempo reale alle informazioni. Due mondi che non comunicano e restano in superficie. In mezzo vince chi riesce a sviluppare la capacità di ragionare. E in questo il multitasking non aiuta. Si possono sì utilizzare due "canali" diversi in contemporanea, quello uditivo e quello visivo, come leggere un libro e ascoltare della musica. Lo sbaglio è utilizzare due "canali" uguali insieme." Studiare e mandare messaggi, ad esempio. "Il rischio è quando la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un'interfaccia della realtà" aggiunge Annamaria Roncoroni "non più un mezzo, ma un fine, dove i ragazzi utilizzano degli pseudonimi, si inventano delle personalità per vivere vite virtuali in cui finiscono per identificarsi. Oppure buttare delle ore utilizzando strumenti potenti come il computer soltanto per giocare".
Gli adolescenti "iperconnessi" suscitano ogni forma di paura nei "grandi". Eppure quando ogni sera caricano il loro iPod con la musica che li accompagnerà via auricolare il giorno dopo, è come se scrivessero, suggerisce Matteo Lancini, "la colonna sonora delle proprie emozioni, per entrare in contatto con se stessi". E fare silenzio nel rumore attorno.
(M.N.De Luca, in "la Repubblica",21 gennaio 2010,rid.)

La rete Internet: irrinunciabile per i giovani
I nuovi media hanno conquistato vasto spazio nel nostro quotidiano, inducendoci a prendere familiarità con continui e veloci sviluppi tecnologici. Il loro utilizzo è irrinunciabile per i giovani, non a caso definiti "generazione digitale", con riferimento soprattutto a chi è nato dopo il 1991. Proprio negli anni Novanta, infatti, la diffusione della Rete Internet ha ridefinito i parametri della conoscenza, dello spazio e del tempo, con notevoli conseguenze sulla società e sul singolo.
Da sempre le innovazioni tecnologiche, nell'incontro con la tradizione, hanno creato reazioni diverse, tra diffidenza ed entusiasmo, diffidenza per l'avanzare di un nuovo dagli effetti imprevedibili, entusiasmo per le eventuali potenzialità, segnando così il confine tra e dopo, con effetti comunque irreversibili.
Questo si è verificato in diversi contesti storici, coinvolgendo spesso i giovani, naturalmente aperti al nuovo, sotto lo sguardo preoccupato degli adulti, inclini talvolta a considerare la novità come una minaccia, quasi un sintomo di degenerazione degli usi tradizionali. Ogni secolo ha avuto le proprie preoccupanti "novità" che, apparse sulla scena, sono state incriminate e analizzate. E' stato così per determinati libri, ritenuti non adatti ai giovani, per il cinema, considerato all'inizio fuorviante e diabolico, per i fumetti, sospettati di distruggere la fantasia, per alcuni generi musicali, per la televisione, i videogiochi. E la lista potrebbe continuare, individuando in ogni epoca il timore e le ansie che accompagnano varie novità, insieme alla naturale predisposizione degli adulti a proteggere i più giovani da qualcosa che non si conosce sino in fondo.
Ogni cambiamento ha modificato l'ambiente ma soprattutto la persona. I bambini di oggi, infatti, immersi sin dalla nascita nella tecnologia, sviluppano dinamiche di apprendimento più percettive, diverse in parte da quelle delle precedenti generazioni, portati per loro natura all'uso dei mezzi tecnologici.
I nuovi media hanno creato dunque una vera e propria cultura che, come ogni cultura, parla un suo linguaggio. Quando andiamo in un Paese straniero, dobbiamo imparare una lingua; questo non significa solo studiare regole grammaticali e un nuovo vocabolario, significa entrare nella cultura che ha generato il linguaggio, prestando attenzione a molteplici aspetti e sfruttando l'immaginazione per immedesimarci in una realtà diversa dalla nostra e riuscire a comunicare con chi fa parte di quella cultura. Pertanto, per entrare pienamente in questa nuova cultura digitale, occorre seguire lo stesso schema per parlare quel linguaggio che i giovani hanno appreso in maniera più naturale e veloce degli adulti, proprio come accade per le lingue. Nel mondo digitale, si ridefiniscono così le dinamiche dell'apprendimento, ma anche quelle del gioco, poiché l'industria crea giocattoli progettati sempre più come supporto alla conoscenza e allo sviluppo del linguaggio. Se per ogni generazione il gioco è stato occasione per esplorare l'area del linguaggio, in un processo di creatività, ma anche di collaborazione e scambio, il nuovo ambiente digitale può essere un'altra opportunità per guidare il bambino nell'apprendimento della lingua parlata e scritta.
Un'altra opportunità, non un'alternativa, perché i processi di apprendimento e sviluppo del pensiero richiedono un tempo più lento, in contrasto con la velocità della nostra epoca. Pensare e riflettere richiedono uno spazio silenzioso, non interrotto da altri stimoli e sollecitazioni, in cui si rielaborano le nostre conoscenze, in cui il bambino sviluppa la sua personalità che, attraverso il gioco, l'apprendimento, la lettura, la fantasia, il rapporto con gli altri essere umani, conduce alla completezza di sé. Nel mondo digitale la rapidità e il predominio delle immagini potrebbero sfavorire a volte il linguaggio verbale e la sua ricchezza, la vera lettura, quella che ci permette di entrare in sintonia con chi ha scritto le proprie emozioni, spingendoci a dar voce alle nostre, stimolando la fantasia e aiutandoci a scendere nella nostra parte più profonda.
I bambini, attratti da immagini che si rincorrono all'infinito, rischiano di abituarsi a una sovrastimolazione di contenuti, a scapito di un'analisi critica e di una profonda elaborazione personale, ridimensionando la fantasia e rompendo l'incanto.
Ancora oggi, la lettura resta, infatti, il modo migliore per sviluppare il linguaggio parlato, rielaborare il pensiero e comprendere concetti complessi; è un'abitudine che non può essere sostituita dall'ambiente digitale, ma affiancata, per riuscire a creare quell'armonia tra la tradizione e l'innovazione tecnologica, che deve continuare esistere.
Se, dunque, da un lato i nostri bambini sono naturalmente portati all'uso di questi mezzi, gli adulti continuano ad avere un ruolo fondamentale, quello di educatori tradizionali, incoraggiando i bambini a sfruttare gli elementi positivi offerti dai nuovi media, ma nello stesso tempo ricordando che ci sono regole utili nel mondo reale, così come in quello digitale, e soprattutto mantenendo aperto un dialogo che non faciliti la segretezza, a volte rischiosa, sotto qui agisce nella Rete.
(C.Di Giovanni, in "L'Osservatore Romano",20 febbraio 2010)

La generazione dei "supergufi"
RAGAZZI,ATTENTI!Non dormire a sufficienza può portare alla depressione.

"Fate andare a letto presto i vostri figli se volete che da adulti siano sereni e non cadano in depressione."
E' questo l'allarme che uno studio del Columbia University Medical Center di New York pubblica sulle pagine di "Sleep", una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo dedicate ai disturbi del sonno.
Secondo questa ricerca, i ragazzi che fanno tardi guardando la TV, stando al computer, giocando con la Playstation o chiacchierando al telefono fino a notte fonda mettono a repentaglio non soltanto il rendimento scolastico ma anche l'equilibrio mentale, al punto da rischiare di diventare, da adulti, addirittura depressi cronici.
"I bambini e gli adolescenti di oggi non dormono a sufficienza: invece delle nove ore di sonno necessario per la loro età, secondo gli specialisti, dormono anche meno di sette ore e questo è molto dannoso per la loro salute fisica e mentale" afferma il professor James E. Gangwisch, lo psichiatra americano che ha coordinato la ricerca. "Ormai ci troviamo di fronte a una nuova generazione che noi studiosi abbiamo ribattezzato "supergufi" perché i ragazzi che ne fanno parte si comportano come animali notturni: svegli quando è buio, assonnati e apatici di giorno."

Il sonno protegge il cervello
L'indagine americana è stata condotta su 5.659 bambini tra i 7 e i 12 anni. La ricerca ha analizzato i loro differenti stili di vita portando a risultati scientifici preoccupanti: "I ragazzini che vanno a dormire a mezzanotte o anche più tardi hanno ben il 24% di probabilità in più di soffrire di depressione e hanno addirittura il 20% in più di probabilità di covare pensieri autodistruttivi rispetto a chi va a letto alle dieci di sera" spiega il professor Gangwisch. "Ma anche in assenza di disturbi gravi, il sonno insufficiente provoca a tutti i bambini e agli adolescenti scarsa concentrazione, stress ed elevata irritabilità, con inevitabili conseguenze negative sul rendimento scolastico o sportivo."


Insomma, i ragazzi notturni, i "supergufi" rischiano un grave fanno alla salute da adulti. "Il sonno è un importante fattore protettivo del cervello durante la fase di crescita e, almeno fino ai 20 anni, non andrebbe ridotto per nessun motivo" spiega lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione all'Università Lumsa di Roma ed esperto di cyberdipendenza, cioè dipendenza da Internet, blogchat e da altre "diavolerie" del mondo dei computer. "I bambini e gli adolescenti di oggi ingaggiano una lotta con il loro orologio biologico per stare svegli il più possibile, chiusi nelle loro camere, a volte persino all'insaputa di mamma e papà o, peggio, con il benestare dei genitori. Dormendo in media almeno un'ora e mezzo in meno rispetto ai i coetanei di quindici anni fa.
Dormendo poco, sono compromesse la memoria, l'attenzione e la concentrazione e questo porta a una preoccupante fragilità emotiva, che gli adolescenti cercano di superare cominciando a fare uso di pericolose sostanze stimolanti, come l'alcol o le bevande a base di caffeina, fino alla droga. Il rischio è che se continueranno a ridurre le ore di sonno, diventeranno sempre più apatici, incapaci di provare emozioni, depressi cronici, come hanno dimostrato gli scienziati americani."
"Come possiamo convincere i nostri figli a non sprecare le ore di sonno e dormire?" abbiamo chiesto al sociologo Antonio Marziale, presidente dell'Osservatorio sui diritti dei minori e consulente della Commissione parlamentare per l'infanzia.
"Bisogna educarli all'uso del computer e delle nuove tecnologie, insegnando loro la differenza tra uso e abuso, un po' come si fa per l'alcol e il fumo, in modo che smettano di essere dipendenti da mezzi di comunicazione che finiscono per isolarli dal mondo" risponde il sociologo."Il compito spetta agli educatori, in particolare alla scuola, che dovrebbe dire già agli alunni delle primarie:"Attenzione, la tecnologia ha cambiato le nostre vite, è utilissima, però non dovete diventarne sudditi, perché poi correte il rischio di danneggiare voi stessi e la vostra salute"."

Bisogna educare i propri figli
Ma, secondo il sociologo, il buon esempio dovrebbe arrivare dai genitori, che invece chiudono un occhio quando i ragazzi girano per casa anche dopo mezzanotte. "Le abitudini corrette" afferma il professor Marziale "andrebbero insegnate quando i bambini sono ancora piccoli, ma purtroppo sono proprio i genitori a non avere rispetto degli orari e a stordirsi davanti al computer o alla televisione per sere e sere. Non servono le minacce. I genitori devono dare il buon esempio. E' importante, infatti, che la cena non sia troppo posticipata e si viva in armonia prima di andare a dormire."
I ragazzi, insomma, non devono essere abbandonati a se stessi, di fronte a mezzi di comunicazione affascinanti ma pericolosi per il loro benessere. "Per scongiurare i pericoli per la loro salute" aggiunge il sociologo "sono necessarie almeno otto ore di sonno. I ragazzi devono conoscere il pericolo cui vanno incontro e comprendere che, piuttosto che stare davanti al computer e alla televisione, è meglio godersi un'ora di sonno in più."
(C.Pozzi, in "Gente", rid.)




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